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Monteciccardo
Marche

Monteciccardo

🌄 Collina

Monteciccardo compare per la prima volta in un documento del 1233 con la denominazione Mons Sicardi, riferita a un signore longobardo di cui si è persa ogni altra traccia. A 384 metri sul livello del mare, con i suoi 1.643 abitanti distribuiti tra il nucleo storico e le frazioni sparse, il borgo domina una porzione […]

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Monteciccardo compare per la prima volta in un documento del 1233 con la denominazione Mons Sicardi, riferita a un signore longobardo di cui si è persa ogni altra traccia. A 384 metri sul livello del mare, con i suoi 1.643 abitanti distribuiti tra il nucleo storico e le frazioni sparse, il borgo domina una porzione di colline pesaresi che digradano verso la valle del Foglia. Capire cosa vedere a Monteciccardo significa orientarsi tra mura trecentesche, chiese rurali e un paesaggio agricolo ancora segnato dalla mezzadria. La provincia di Pesaro e Urbino conta decine di comuni sotto i duemila residenti: Monteciccardo è uno di questi, e la sua struttura urbana compatta ne riflette la scala.

Storia e origini di Monteciccardo

Il toponimo Mons Sicardi — poi evoluto in Monteciccardo — indica un insediamento fortificato legato alla presenza longobarda nell’entroterra marchigiano, tra il VII e l’VIII secolo. La prima menzione documentata risale al XIII secolo, quando il castello risulta sotto la giurisdizione di Pesaro. Nel 1283 il borgo fu coinvolto nelle dispute tra guelfi e ghibellini che percorsero le Marche settentrionali, subendo assedi e passaggi di mano tra le famiglie nobiliari locali. La cinta muraria che ancora oggi delimita il centro storico risale in gran parte al XIV secolo, con interventi successivi attribuiti alla dominazione malatestiana.

Sotto i Malatesta, signori di Rimini e di buona parte del Montefeltro, Monteciccardo assunse la configurazione difensiva che conserva: un perimetro murato con torri angolari, un accesso principale attraverso una porta ad arco e un tessuto edilizio denso all’interno. Nel 1462, con la caduta di Sigismondo Pandolfo Malatesta, il borgo passò sotto il controllo di Federico da Montefeltro e, successivamente, del Ducato di Urbino. L’annessione allo Stato Pontificio nel 1631, alla morte dell’ultimo duca della Rovere, segnò l’inizio di un lungo periodo di marginalità amministrativa. Monteciccardo rimase comune autonomo fino al 2021, quando fu accorpato al comune di Pesaro, perdendo formalmente la propria autonomia municipale.

La struttura demografica del borgo riflette le dinamiche dell’entroterra marchigiano: un calo costante dal secondo dopoguerra, con l’esodo verso la costa e le aree industriali della bassa valle del Foglia. Dei 1.643 abitanti registrati, una parte significativa risiede nelle case coloniche sparse sulle colline circostanti, eredità diretta del sistema mezzadrile che ha modellato il paesaggio fino agli anni Sessanta.

Cosa vedere a Monteciccardo: 5 attrazioni principali

1. Le mura malatestiane e la porta d’accesso

Il circuito murario trecentesco conserva tratti continui lungo il versante meridionale e occidentale del borgo. La porta d’ingresso, con arco a tutto sesto in laterizio, reca tracce delle strutture difensive originarie — i fori per la saracinesca e le mensole di un probabile corpo di guardia. Il camminamento superiore è in parte percorribile e offre una visuale aperta sulle colline coltivate a grano e girasole che si estendono fino al profilo del Monte Carpegna.

2. Chiesa di San Sebastiano

Costruita nel XV secolo all’interno del perimetro murato, la chiesa presenta una facciata in laterizio a capanna e un interno a navata unica. Conserva un crocifisso ligneo databile al XVI secolo e resti di decorazioni pittoriche sulle pareti laterali, attribuiti a botteghe locali di area urbinate. Il pavimento in cotto originale è stato parzialmente sostituito durante restauri novecenteschi, ma alcune sezioni lungo le pareti mantengono le piastrelle di fattura artigianale.

3. Torre civica

La torre, di impianto quadrangolare, si eleva sopra il nucleo abitativo ed è visibile a distanza dai crinali circostanti. Risalente all’epoca malatestiana, ha subito un rifacimento della parte sommitale nel XVIII secolo, riconoscibile per la differente lavorazione del laterizio. Dalla base si misura un’altezza di circa venti metri. L’edificio adiacente ospitava le funzioni amministrative del piccolo comune prima dell’accorpamento a Pesaro.

4. Chiesa della Madonna delle Grazie

Posta lungo la strada che collega il borgo alla pianura, questa chiesa rurale del XVII secolo conserva un’immagine votiva della Vergine che ha generato una devozione locale documentata nelle visite pastorali dell’epoca. L’edificio, a pianta rettangolare con piccolo campanile a vela, rappresenta il tipo della chiesa di campagna marchigiana: funzionale, priva di ornamenti eccessivi, integrata nel sistema viario che collegava le case coloniche al centro.

5. Panorama dalla piazza sommitale

La piazza al punto più alto del borgo — circa 384 metri — funziona come belvedere naturale. Nelle giornate limpide, verso est si distingue la linea costiera adriatica all’altezza di Fano e Pesaro, mentre a ovest il profilo si interrompe con le prime propaggini dell’Appennino. Il dislivello tra la piazza e il fondovalle del Foglia supera i trecento metri, e la disposizione dei campi — lunghe strisce parallele che seguono le curve di livello — è leggibile con precisione da questo punto.

Cucina e prodotti locali

La tavola di Monteciccardo rispecchia la cucina contadina dell’entroterra pesarese, con una base di paste fresche fatte a mano e carni da cortile. I passatelli in brodo — impasto di pane grattugiato, parmigiano e uova passato nello stampo a fori larghi — sono il primo piatto più diffuso nella stagione fredda, serviti nel brodo di gallina o di cappone. La crescia sfogliata, una sorta di focaccia a più strati condita con strutto, rappresenta la variante pesarese della più nota crescia di Urbino. Si consuma farcita con prosciutto, salsiccia alla brace o erbe di campo saltate. La Casciotta d’Urbino DOP, formaggio a pasta semicotta prodotto con latte misto ovino e vaccino, è il prodotto a denominazione più rappresentativo della zona e viene utilizzato sia a tavola sia nella preparazione di primi piatti e ripieni. Tra gli insaccati, il salame di Montefeltro mantiene la lavorazione tradizionale con budello naturale e stagionatura in cantine ventilate.

L’Olio extravergine d’oliva Cartoceto DOP, prodotto nell’area collinare a pochi chilometri da Monteciccardo, è ottenuto prevalentemente dalla cultivar Raggiola con spremitura a freddo. La Visciolata, liquore di visciole (ciliegie selvatiche) macerate nel vino rosso con aggiunta di zucchero, è una preparazione casalinga ancora diffusa nelle famiglie della zona. Per quanto riguarda i vini, il territorio ricade nell’area del Bianchello del Metauro DOC, bianco secco da uve Biancame coltivate nelle colline tra il Metauro e il Foglia, e del Colli Pesaresi DOC nella tipologia Sangiovese. La Moretta di Fano — caffè corretto con anice, rum e brandy, servito con scorza di limone — è la bevanda che chiude i pasti nei bar e nelle trattorie dell’intera provincia. I tartufi, in particolare il tartufo bianco pregiato (Tuber magnatum Pico), vengono cercati nei boschi di quercia e carpino delle colline circostanti tra ottobre e dicembre.

Quando visitare Monteciccardo: il periodo migliore

Il clima collinare dell’entroterra pesarese comporta estati calde ma ventilate — le temperature a 384 metri restano mediamente di tre o quattro gradi inferiori rispetto alla costa — e inverni rigidi con possibili gelate tra dicembre e febbraio. I mesi tra maggio e giugno offrono le condizioni più favorevoli per visitare il borgo: la luce è lunga, i campi di grano sono ancora verdi e le temperature diurne oscillano tra i 20 e i 25 gradi. Settembre e ottobre, con la vendemmia e la cerca del tartufo, restituiscono un paesaggio agricolo particolarmente attivo.

Il borgo ha ospitato negli anni manifestazioni legate alla cultura rurale e alla musica popolare, generalmente concentrate nel periodo estivo. La vicinanza a Pesaro — sede dal 1980 del Rossini Opera Festival, che si tiene ad agosto — consente di combinare una visita a Monteciccardo con la programmazione operistica sulla costa. Per chi si muove in bicicletta, le strade secondarie che collegano i borghi collinari sono percorribili con buona sicurezza fuori dalla stagione turistica balneare, quando il traffico verso la costa si riduce sensibilmente.

Come arrivare a Monteciccardo

Da nord e da sud, l’autostrada A14 Bologna-Taranto è il collegamento principale: l’uscita di Pesaro dista circa 15 chilometri dal borgo, percorribili in venti minuti lungo la SP 30 che risale la collina passando per Ginestreto. Da Urbino la distanza è di circa 25 chilometri attraverso strade provinciali che attraversano un paesaggio collinare continuo. La stazione ferroviaria più vicina è quella di Pesaro, sulla linea adriatica Bologna-Lecce, servita da treni regionali e Intercity con frequenza elevata.

L’aeroporto di Rimini “Federico Fellini” si trova a circa 50 chilometri e rappresenta lo scalo più prossimo, sebbene con un numero limitato di collegamenti. L’aeroporto di Ancona-Falconara dista circa 75 chilometri ed è raggiungibile in un’ora di automobile. Il collegamento con mezzi pubblici tra Pesaro e Monteciccardo è garantito da autobus extraurbani della rete Adriabus, con corse limitate soprattutto nei giorni festivi: l’automobile resta il mezzo più pratico per raggiungere il borgo e muoversi tra le frazioni.

Altri borghi da scoprire nelle Marche

Chi esplora l’entroterra pesarese partendo da Monteciccardo può estendere l’itinerario verso Apecchio, una cinquantina di chilometri più a sud-ovest, già nell’alta valle del Candigliano. Apecchio è sede di un birrificio artigianale che dal 1996 produce birra con acqua di sorgente appenninica, e il suo centro storico conserva un palazzo ducale dei Della Rovere con cortile a loggiato. Il passaggio dalla collina cerealicola di Monteciccardo ai boschi di faggio dell’Appennino si compie in meno di un’ora di strada.

In direzione opposta, verso la media valle del Metauro, Fratte Rosa dista circa 30 chilometri e rappresenta uno dei centri storici della produzione ceramica marchigiana. Il borgo è noto per le terrecotte di Fratte Rosa, in particolare i contenitori da cucina in argilla locale lavorata al tornio, la cui tradizione è documentata almeno dal XVI secolo. La visita ai laboratori ancora attivi nel centro storico permette di osservare una tecnica produttiva che utilizza le stesse cave di argilla sfruttate da generazioni di vasai.

Foto di copertina: © Villages ItalyTutti i crediti fotografici →

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