Skip to content
Castel di Casio
Emilia-Romagna

Castel di Casio

📍 Borghi di Collina

Nel febbraio del 1944, durante la ritirata tedesca lungo la Linea Gotica, i ponti sul torrente Limentra di Treppio vennero fatti saltare uno ad uno, tagliando in due il territorio di Castel di Casio. Quel gesto distruttivo segnò la memoria collettiva di un comune montano che, già nel Medioevo, fondava la propria esistenza sul controllo […]

Scopri Castel di Casio

Nel febbraio del 1944, durante la ritirata tedesca lungo la Linea Gotica, i ponti sul torrente Limentra di Treppio vennero fatti saltare uno ad uno, tagliando in due il territorio di Castel di Casio. Quel gesto distruttivo segnò la memoria collettiva di un comune montano che, già nel Medioevo, fondava la propria esistenza sul controllo dei valichi tra Bologna e la Toscana. Oggi, a 533 metri di altitudine, con i suoi 3.436 abitanti distribuiti tra il capoluogo e le frazioni appenniniche, il borgo conserva la struttura difensiva originaria e una rete di sentieri che attraversa castagneti e faggete.

Chiedersi cosa vedere a Castel di Casio significa percorrere secoli di storia stratificata tra torri, pievi e mulini ad acqua.

Storia e origini di Castel di Casio

Il toponimo “Castel di Casio” compare per la prima volta nei documenti dell’abbazia di Nonantola risalenti al IX secolo, quando il termine Castrum Cassii indicava una fortificazione eretta a protezione di un insediamento preesistente. L’etimologia più accreditata fa derivare “Casio” dal latino caseus — formaggio — oppure dal nome proprio romano Cassius, legato a una possibile villa rustica di epoca imperiale. In entrambi i casi, il riferimento rimanda a un’economia agropastorale che ha caratterizzato la zona per secoli. Il suffisso “Castel” documenta la presenza di una struttura fortificata, probabilmente una torre di avvistamento longobarda, poi ampliata in epoca carolingia per controllare il transito lungo la valle del Limentra.

Nel XII secolo il castello passò sotto il dominio dei conti Alberti di Prato, una delle famiglie feudali più potenti dell’Appennino tosco-emiliano, che ne fecero un avamposto strategico nella lotta tra guelfi e ghibellini. Nel 1219 il territorio venne ceduto al Comune di Bologna, che rafforzò le difese murarie e istituì un mercato settimanale per incentivare il popolamento. La posizione lungo la via che collegava Bologna a Pistoia garantì a Castel di Casio un ruolo commerciale duraturo. Nel 1337 il borgo subì un assedio da parte delle truppe viscontee, e la ricostruzione successiva ridefinì l’assetto urbanistico che in parte sopravvive ancora oggi, con il nucleo compatto disposto attorno alla piazza centrale e i resti delle mura perimetrali.

L’età moderna portò trasformazioni profonde.

Durante il periodo napoleonico, nel 1805, Castel di Casio divenne comune autonomo all’interno del Dipartimento del Reno. La popolazione, che a metà Ottocento superava i seimila abitanti grazie all’industria del carbone di legna e alla coltivazione del castagno, iniziò a calare drasticamente nel Novecento per effetto dell’emigrazione verso Bologna e le città industriali del Nord. La costruzione della ferrovia Porrettana, inaugurata nel 1864 come primo collegamento ferroviario transappenninico d’Italia, sfiorò il territorio comunale senza attraversarlo direttamente, contribuendo al progressivo isolamento delle frazioni più alte. La Seconda guerra mondiale lasciò segni visibili: il passaggio della Linea Gotica tra il 1944 e il 1945 causò distruzioni diffuse e lo sfollamento quasi totale della popolazione civile.

Cosa vedere a Castel di Casio: 5 attrazioni imperdibili

1. Chiesa di San Biagio

La chiesa parrocchiale dedicata a san Biagio, patrono del borgo festeggiato il 3 febbraio, sorge nella parte alta del centro storico, in posizione dominante rispetto alla valle del Limentra. L’edificio attuale risale a una ricostruzione settecentesca su fondamenta medievali, con facciata in arenaria locale e campanile a pianta quadrata visibile da diversi chilometri di distanza. All’interno si conservano un altare maggiore in marmo policromo e alcune tele attribuite a botteghe bolognesi del XVII secolo. La navata unica, con soffitto a cassettoni restaurato nel dopoguerra dopo i danni del 1944, accoglie ogni anno la processione del patrono, accompagnata dalla benedizione della gola secondo il rito tradizionale di san Biagio.

2. Torre medievale e resti del castello

Della fortificazione originaria, documentata già nel IX secolo, resta un tratto di muratura in pietra squadrata e la base di una torre di avvistamento alta circa otto metri, oggi incorporata in un edificio residenziale nella parte nord del borgo. La struttura, con pareti spesse oltre un metro, presenta feritoie strombate verso l’esterno, tipiche dell’architettura difensiva del XII-XIII secolo. Il perimetro del castello antico è ancora leggibile nell’andamento curvilineo delle strade del centro storico, che seguono il tracciato delle mura demolite in epoca moderna. Il punto più alto offre una vista diretta sulla confluenza tra il Limentra di Treppio e il Limentra orientale, la stessa posizione strategica che giustificò la costruzione del fortilizio.

3. Ponte della Venturina

Nella frazione omonima, al confine con la Toscana, il Ponte della Venturina attraversa il torrente Limentra con un arco in pietra arenaria risalente al periodo tardomedievale. La struttura, ricostruita più volte dopo le piene stagionali, conserva l’impianto a schiena d’asino che permetteva il transito di carri e animali da soma lungo la via per Pistoia. La Venturina fu per secoli un punto di dogana tra lo Stato Pontificio e il Granducato di Toscana, e le fondamenta di un edificio doganale sono ancora visibili sulla sponda sinistra del torrente. La frazione stessa, con i suoi edifici in sasso allineati lungo la strada principale, costituisce uno dei nuclei architettonicamente più coerenti dell’intero comune.

4. Sentiero dei Mulini lungo il Limentra

Un percorso escursionistico di circa sei chilometri, classificato come sentiero CAI, segue il corso del Limentra collegando Castel di Casio alla frazione di Badi. Lungo il tragitto si incontrano i resti di quattro mulini ad acqua attivi fino agli anni Cinquanta del Novecento, quando la meccanizzazione agricola e lo spopolamento ne causarono l’abbandono. Le strutture, in pietra locale con canali di derivazione ancora parzialmente visibili, documentano un sistema produttivo che per secoli trasformò il grano e le castagne della valle in farina destinata ai mercati di Bologna. Il dislivello contenuto — circa 120 metri — e il fondo naturale rendono il percorso adatto anche a famiglie con bambini, soprattutto tra aprile e ottobre.

5. Pieve di Succida

A pochi chilometri dal capoluogo, in direzione sud-est, la Pieve di Succida rappresenta uno degli edifici religiosi più antichi dell’alta valle del Reno. Menzionata in documenti del X secolo come dipendenza della diocesi di Bologna, la pieve conserva un impianto romanico riconoscibile nell’abside semicircolare e nei conci di arenaria squadrati a mano. L’interno, a navata unica, presenta tracce di affreschi medievali sulla parete dell’arco trionfale, parzialmente coperti da intonaci successivi e oggi oggetto di studio.

La posizione isolata, su un dosso circondato da prati e querce, restituisce con precisione il rapporto tra architettura sacra e paesaggio agrario che definiva la vita religiosa dell’Appennino bolognese nel Medioevo.

Cosa mangiare a Castel di Casio: cucina tipica e prodotti locali

La cucina di Castel di Casio riflette la geografia e il clima dell’Appennino bolognese: inverni rigidi, estati brevi, boschi di castagno che per secoli hanno fornito la materia prima alimentare a intere comunità montane. A differenza della pianura emiliana, dove il frumento e il maiale dominano la tavola, qui la tradizione gastronomica si è sviluppata attorno a ingredienti poveri — castagne, funghi, selvaggina, erbe spontanee — trasformati con tecniche di conservazione adatte all’isolamento invernale. La vicinanza con la Toscana ha inoltre introdotto influenze che distinguono questa cucina da quella del capoluogo bolognese, a partire dall’uso dell’olio d’oliva accanto allo strutto.

Il piatto più rappresentativo della tradizione locale è la polenta di castagne, preparata con farina ottenuta dall’essiccazione dei frutti nei caratteristici metati — piccoli edifici in pietra con il focolare al piano inferiore e il graticcio al piano superiore. La farina di castagne veniva impastata con acqua e cotta nel paiolo di rame, servita con ricotta fresca o latte. Le crescentine — dette anche tigelle — costituiscono un altro elemento centrale: dischi di impasto cotti tra piastre di terracotta o ferro, farciti con un battuto di lardo, aglio e rosmarino noto come cunza. Durante i mesi invernali si preparano zuppe dense a base di fagioli borlotti, patate e cotiche di maiale, cotte a lungo nel camino.

L’Appennino bolognese è zona di raccolta di funghi porcini (Boletus edulis), attività regolamentata dalla Regione Emilia-Romagna e praticata nei boschi di faggio e castagno tra settembre e novembre.

I porcini vengono consumati freschi — trifolati, in risotto o come condimento per la pasta fresca — oppure essiccati per l’inverno. La castagna, come documentato da fonti storiche sulla montagna bolognese disponibili su Wikipedia, ha rappresentato fino al secondo dopoguerra l’alimento base per la popolazione montana, tanto da essere chiamata “pane dei poveri”. Oggi la farina di castagne si utilizza anche per preparare dolci tradizionali come il castagnaccio, arricchito con pinoli e rosmarino.

La Sagra della castagna e del fungo porcino, che si tiene nelle frazioni del comune tra ottobre e novembre, è l’evento gastronomico principale dell’anno. Durante le giornate di sagra, gli stand allestiti nelle piazze delle frazioni offrono caldarroste, polenta di castagne, crescentine e piatti a base di funghi, accompagnati da vino locale. Il mercato settimanale del capoluogo, attivo nei mesi estivi, propone miele di castagno e di acacia prodotto da apicoltori della valle, oltre a formaggi freschi di latte vaccino e confetture di frutti di bosco.

Per acquisti diretti, alcune aziende agricole della zona vendono farina di castagne e funghi secchi presso i propri essiccatoi.

La produzione vinicola del territorio non rientra in denominazioni DOC o DOCG specifiche, ma la vicinanza con l’area dei Colli Bolognesi — denominazione DOC riconosciuta — consente di trovare nelle trattorie locali vini rossi a base di Barbera e bianchi di Pignoletto provenienti dalle colline a nord. Più frequente, nelle osterie di montagna, è il consumo di vino sfuso prodotto da piccoli vignaioli della media valle del Reno, senza pretese enologiche ma con una funzione conviviale che resta parte integrante del pasto appenninico.

Quando visitare Castel di Casio: il periodo migliore

Il calendario di Castel di Casio segue il ritmo delle stagioni appenniniche con marcata distinzione tra i mesi. L’inverno, da dicembre a febbraio, porta temperature che scendono regolarmente sotto lo zero, neve frequente sopra i 700 metri e giornate corte: è il periodo della festa di san Biagio il 3 febbraio, con la messa solenne e la benedizione della gola, seguita dalla distribuzione del pane benedetto. La primavera, da aprile a giugno, è il momento migliore per le escursioni lungo il Sentiero dei Mulini e nei castagneti, con fioriture di ginestre e orchidee selvatiche. Le temperature diurne oscillano tra i 14 e i 22 gradi, con possibilità di piogge intermittenti.

L’estate, da luglio ad agosto, porta visitatori dalle città della pianura in cerca di fresco — le massime raramente superano i 28 gradi — e le frazioni organizzano feste serali con musica e grigliate all’aperto.

Settembre e ottobre rappresentano il periodo più intenso per la vita del borgo: la raccolta dei funghi porcini richiama appassionati da tutta la regione, e le sagre autunnali animano le piazze ogni fine settimana. Chi preferisce evitare la folla troverà nei giorni feriali di maggio e giugno la combinazione ideale tra clima mite, sentieri praticabili e tranquillità. Per chi visita in occasione della festa patronale, è consigliabile verificare il programma sul sito ufficiale del Comune.

Come arrivare a Castel di Casio

Da Bologna, la via più diretta è la strada statale 64 Porrettana, che risale la valle del Reno per circa 55 chilometri fino a Castel di Casio, con un tempo di percorrenza di circa un’ora. In alternativa, dall’autostrada A1 si esce al casello di Sasso Marconi e si prosegue sulla SS 64 in direzione Porretta Terme. Da Firenze, la distanza è di circa 90 chilometri attraverso l’Autostrada del Sole (A1) con uscita a Rioveggio oppure tramite il passo della Collina lungo la SP 632. Da Pistoia il percorso più breve attraversa il valico della Collina — circa 50 chilometri, un’ora di viaggio su strade di montagna.

La stazione ferroviaria più vicina è quella di Porretta Terme, sulla linea Bologna-Pistoia (la storica Porrettana), distante circa 10 chilometri dal capoluogo comunale.

I treni regionali collegano Bologna Centrale a Porretta in circa un’ora e venti minuti, con frequenza oraria nei giorni feriali. Da Porretta, il collegamento con Castel di Casio è garantito da autobus TPER, con corse limitate soprattutto nei festivi — è consigliabile consultare gli orari aggiornati. L’aeroporto più vicino è il Guglielmo Marconi di Bologna, distante circa 60 chilometri e collegato alla città con il People Mover fino alla stazione centrale.

Altri borghi da scoprire in Emilia-Romagna

Chi visita Castel di Casio e desidera estendere l’itinerario verso la pianura emiliana può raggiungere in poco più di un’ora Imola, distante circa 80 chilometri in direzione est lungo la via Emilia. A differenza del borgo appenninico, Imola offre un patrimonio legato alla Romagna rinascimentale e alla tradizione automobilistica del suo autodromo, ma condivide con Castel di Casio la vocazione agricola e una cucina radicata nel territorio.

La visita combinata permette di confrontare due volti diversi dell’Emilia-Romagna — la montagna e la pianura — in una sola giornata di viaggio.

Per chi si sposta verso ovest, in direzione Piacenza, merita una sosta San Pietro in Cerro, piccolo centro della bassa piacentina noto per il suo castello quattrocentesco e il museo di arte contemporanea MIM. Il contrasto è netto: dalla collina boscosa di Castel di Casio si passa alla campagna piatta e ai filari di pioppi della Val d’Arda. Eppure entrambi i borghi condividono la dimensione raccolta, la chiesa parrocchiale come centro della vita comunitaria e la resistenza demografica di piccoli comuni che mantengono servizi e identità nonostante le pressioni dello spopolamento. Il tragitto tra i due borghi, circa 150 chilometri lungo l’autostrada A1 e poi la A21, richiede poco meno di due ore.

Foto di copertina: Di Mermer, CC BY-SA 3.0Tutti i crediti fotografici →

Come arrivare

Borgo

Nelle vicinanze Borghi vicini a Castel di Casio

📝 Informazioni errate o aggiornamenti?
Aiutaci a mantenere la scheda di Castel di Casio accurata e aggiornata.

✉️ Segnala alla redazione