Fontanelice
La strada provinciale che risale la valle del Santerno supera Imola e, dopo pochi chilometri, incontra un nucleo abitato compatto, disposto lungo la riva destra del fiume: è Fontanelice, comune di 1.951 abitanti a 165 metri sul livello del mare, nella provincia di Bologna. Il nome stesso del paese rimanda all’acqua — le sorgenti che […]
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La strada provinciale che risale la valle del Santerno supera Imola e, dopo pochi chilometri, incontra un nucleo abitato compatto, disposto lungo la riva destra del fiume: è Fontanelice, comune di 1.951 abitanti a 165 metri sul livello del mare, nella provincia di Bologna. Il nome stesso del paese rimanda all’acqua — le sorgenti che un tempo sgorgavano copiose dal terreno argilloso — e a un felce, l’elce, che ne segnava il paesaggio.
Chiedersi cosa vedere a Fontanelice significa percorrere un territorio in cui la geologia appenninica, la storia di confine tra Romagna e Toscana e un’agricoltura ancora presente convergono in un catalogo di segni leggibili a chi sa guardare.
Storia e origini di Fontanelice
Il toponimo Fontanelice è attestato nelle fonti medievali con diverse varianti — Fontana Ilicis, Fons Ilicis — e la sua etimologia più accreditata lo riconduce a una sorgente (fons, fontana) situata nei pressi di un leccio (ilex), albero sempreverde ancora diffuso sui versanti soleggiati della bassa valle del Santerno. L’associazione tra una risorsa idrica e un elemento vegetale riconoscibile nel paesaggio era un criterio comune nella toponomastica altomedievale dell’Appennino emiliano-romagnolo. Il riferimento botanico conferma la presenza, già nell’alto Medioevo, di una copertura boschiva mista in cui il leccio resisteva accanto a querce caducifoglie e castagni, segnando il limite climatico tra la pianura padana e l’area submediterranea.
Il borgo rientrò nell’orbita del comune di Imola e, a partire dal XIII secolo, seguì le vicende delle signorie romagnole. Il territorio fu conteso tra le famiglie Alidosi — originarie della vicina Castel del Rio — e i Manfredi di Faenza, prima di passare sotto il dominio diretto dello Stato Pontificio nel corso del Cinquecento. Nel 1504, con la definitiva sottomissione degli Alidosi, l’intera vallata del Santerno entrò nell’amministrazione papale, condizione che si protrasse fino all’Unità d’Italia nel 1861.
La posizione lungo la direttrice che collegava la pianura padana alla Toscana attraverso il passo della Futa conferì a Fontanelice un ruolo di transito per merci e truppe, ruolo che si rivelò drammatico durante la Seconda guerra mondiale, quando la Linea Gotica attraversò le alture circostanti e il paese subì bombardamenti alleati tra l’autunno del 1944 e la primavera del 1945.
La ricostruzione postbellica ridisegnò parte del tessuto edilizio, ma non cancellò le strutture più antiche. La popolazione, che a metà Ottocento superava i tremila abitanti grazie all’economia mezzadrile, ha conosciuto un calo progressivo legato all’esodo rurale degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. I 1.951 residenti attuali rappresentano un assestamento demografico che riflette la trasformazione della valle del Santerno da area prevalentemente agricola a territorio in cui convivono frutticoltura, piccola industria e un crescente interesse per il turismo rurale. Tra i nomi legati a Fontanelice figura quello del pittore Giovanni Battista Bertucci il Giovane, attivo nel XVI secolo e legato alla scuola pittorica imolese, la cui famiglia aveva radici nella vallata.
Cosa vedere a Fontanelice: 5 attrazioni imperdibili
1. Chiesa della Natività di Maria Vergine
La chiesa parrocchiale, dedicata alla Natività di Maria — patrona di Fontanelice festeggiata l’8 settembre — domina il centro del paese con la sua facciata in laterizio, rifatta dopo i danni bellici del 1944. L’interno a navata unica conserva arredi liturgici di epoca settecentesca e un’organizzazione spaziale che rispecchia le chiese rurali della diocesi di Imola. La ricostruzione postbellica ha mantenuto l’impianto originario, adattandolo alle esigenze strutturali moderne. Vale la visita per osservare il rapporto tra l’edificio sacro e la piazza antistante, fulcro della vita civile del borgo, dove ancora si tiene il mercato settimanale e si celebra la festa patronale con processione e bancarelle.
2. Palazzo Mengoni
Palazzo Mengoni è l’edificio civile più rilevante del centro storico, costruito tra il XVII e il XVIII secolo come residenza di una famiglia di possidenti locali. La struttura presenta una facciata sobria con portale in arenaria e finestre incorniciate da modanature in cotto, secondo il linguaggio architettonico diffuso nei borghi della bassa valle del Santerno. Gli interni, rimaneggiati nel corso dell’Ottocento, conservano tracce di decorazioni pittoriche a tempera nelle sale del piano nobile. L’edificio testimonia la stratificazione sociale del borgo in epoca pontificia, quando una piccola élite terriera gestiva i rapporti con la mezzadria circostante. La visita dall’esterno è libera e offre un riferimento concreto per comprendere l’edilizia civile dell’area imolese.
3. Ponte sul torrente Sellustra
Il ponte sul Sellustra, affluente di destra del Santerno, è una struttura in muratura che collega il nucleo di Fontanelice con le frazioni collinari. La sua costruzione risale al periodo tra Settecento e Ottocento, quando l’amministrazione pontificia investì nel miglioramento della rete viaria della valle. L’arco a tutto sesto, realizzato in blocchi di arenaria locale, resiste ai regimi di piena tipici dei torrenti appenninici. Il punto è frequentato da chi percorre i sentieri escursionistici lungo il corso d’acqua, e nelle stagioni di magra il greto del Sellustra rivela formazioni geologiche argillose di notevole interesse. Da qui si apre una visuale sulla campagna circostante che mostra con chiarezza il modello insediativo della valle: case coloniche sparse, filari di vite, frutteti.
4. Oratorio di San Procolo
Poco fuori dal centro abitato, l’oratorio di San Procolo rappresenta uno degli edifici religiosi minori più integri del territorio. Costruito probabilmente nel XVII secolo come cappella votiva lungo una delle strade poderali che salivano verso le colline, presenta dimensioni contenute, un’abside semicircolare e un campaniletto a vela. La dedicazione a San Procolo — martire bolognese venerato in tutta la Romagna — conferma il legame devozionale tra Fontanelice e la tradizione agiografica della diocesi. L’interno, di norma chiuso al pubblico ma visitabile durante le feste religiose, conserva un altare in stucco e un’acquasantiera in pietra. L’oratorio è raggiungibile con una breve passeggiata dal paese, adatta anche alle famiglie.
5. Sentiero lungo il fiume Santerno
Chi si chiede cosa vedere a Fontanelice oltre gli edifici storici trova risposta lungo le sponde del Santerno. Un percorso pedonale e ciclabile, in parte sterrato, segue il fiume a valle e a monte del paese per alcuni chilometri, attraversando boschi ripariali di salice e pioppo. Il tracciato permette di osservare l’avifauna fluviale — aironi cenerini, martin pescatori, garzette — e le formazioni geologiche delle rive, dove affiorano argille plioceniche grigio-azzurre. In primavera e autunno il sentiero offre condizioni ideali per escursioni a piedi o in bicicletta. Il percorso si collega alla più ampia rete sentieristica della valle del Santerno, che risale verso Castel del Rio e il crinale appenninico tosco-romagnolo.
Cosa mangiare a Fontanelice: cucina tipica e prodotti locali
La cucina di Fontanelice appartiene alla tradizione gastronomica della Romagna appenninica, un repertorio che si distingue dalla Romagna costiera per l’uso più marcato di carni suine, funghi, castagne e paste fresche lavorate a mano. La posizione nella valle del Santerno, area di transizione tra la pianura e il crinale tosco-emiliano, ha prodotto una tavola in cui convivono influenze bolognesi e romagnole: il ragù è presente accanto alla piada, il tortellino coesiste con lo strozzaprete.
La disponibilità di acqua corrente e la conformazione dei terreni hanno favorito per secoli la coltivazione di grano tenero, ortaggi e alberi da frutto, mentre i boschi collinari hanno fornito selvaggina, legna e funghi porcini.
Tra i piatti che definiscono questa zona spiccano i tagliatelle al ragù, preparate con sfoglia tirata a mano con il mattarello — operazione che nella tradizione locale richiede uova di galline allevate in cortile e farina di grano tenero — condite con un ragù di carne bovina e suina cotto a lungo con soffritto di sedano, carota e cipolla. Gli strozzapreti, pasta di acqua e farina senza uova, arrotolata a mano e condita con sugo di salsiccia o funghi porcini, sono il formato più diffuso nelle trattorie della vallata. In inverno compare la polenta, servita con ragù o con sugo di cinghiale, retaggio di un’alimentazione contadina in cui il mais integrava la dieta cerealicola nei mesi freddi.
Il territorio della valle del Santerno ricade nell’area di produzione di diversi prodotti riconosciuti dell’Emilia-Romagna, anche se Fontanelice non vanta produzioni certificate specifiche. L’olio extravergine di oliva è presente sui colli circostanti, dove piccoli oliveti resistono al limite settentrionale della coltivazione dell’olivo in Italia.
Secondo quanto documentato su Wikipedia, il comune rientra in un contesto agricolo dove la frutticoltura — in particolare albicocche, pesche e ciliegie — ha sostituito in parte la tradizionale mezzadria cerealicola. Il miele di acacia e di castagno è un altro prodotto diffuso, grazie alla vicinanza dei boschi appenninici che forniscono fioriture abbondanti tra maggio e luglio.
L’evento gastronomico principale coincide con la festa patronale dell’8 settembre, quando nella piazza del paese si allestiscono stand con prodotti locali, paste fresche, salumi e formaggi della vallata. Durante l’autunno, sagre dedicate ai funghi porcini e alle castagne animano i comuni vicini della valle del Santerno — Borgo Tossignano, Castel del Rio — e rappresentano un’occasione concreta per assaggiare i piatti del territorio in un contesto conviviale.
Per gli acquisti diretti, le aziende agricole lungo la provinciale vendono frutta di stagione e conserve artigianali, mentre a Imola, distante quindici chilometri, si trovano mercati contadini con cadenza settimanale.
Sul fronte enologico, la zona ricade nell’areale dei vini dell’Emilia-Romagna e in particolare nell’area di produzione del Sangiovese, vitigno a bacca rossa dominante in Romagna. I vigneti della bassa collina imolese producono un Sangiovese di Romagna dal profilo fruttato e tannico, adatto ad accompagnare ragù e carni alla griglia. L’Albana, primo vino bianco italiano a ottenere la DOCG nel 1987, è coltivata nelle colline tra Imola e Faenza e si trova nelle enoteche e ristoranti della zona. Non manca il Trebbiano romagnolo, vino bianco quotidiano che tradizionalmente accompagnava il pasto dei mezzadri.
Quando visitare Fontanelice: il periodo migliore
La primavera, da aprile a giugno, è il periodo più indicato per visitare Fontanelice. La fioritura dei frutteti nella valle del Santerno trasforma il paesaggio in una distesa di bianco e rosa, le temperature oscillano tra i 15 e i 25 gradi e i sentieri lungo il fiume sono percorribili senza difficoltà. La festa patronale della Natività di Maria, l’8 settembre, rappresenta il momento di massima vitalità del borgo: processione religiosa, bancarelle, musica e gastronomia richiamano residenti e visitatori dalle aree circostanti. L’autunno, tra ottobre e novembre, offre il vantaggio dei colori del bosco appenninico e delle sagre dedicate a funghi e castagne nei comuni vicini.
L’estate può risultare calda e umida nella valle — le temperature di luglio e agosto superano spesso i 30 gradi — ma le sere sono più fresche rispetto alla pianura padana.
L’inverno, mite grazie all’altitudine modesta di 165 metri, non comporta particolari disagi ma riduce l’offerta di eventi e attività all’aperto. Chi cerca tranquillità troverà nei mesi infrasettimanali di marzo e ottobre la condizione ideale: il borgo vive il suo ritmo quotidiano senza affollamento, i ristoranti lavorano con regolarità e i prezzi di eventuali alloggi agrituristici restano contenuti. Per chi combina Fontanelice con un itinerario più ampio nella valle del Santerno, un soggiorno di due o tre giorni permette di esplorare con calma anche i borghi limitrofi.
Come arrivare a Fontanelice
Fontanelice si raggiunge in automobile dalla A14 Bologna-Ancona, uscita Imola, proseguendo per circa 15 chilometri sulla SP610 in direzione Castel del Rio-Firenzuola. Da Bologna il percorso totale è di circa 50 chilometri, percorribili in 45-50 minuti. Da Firenze si segue l’Autostrada del Sole (A1) fino al casello di Firenzuola oppure si utilizza la strada statale della Futa, valicando l’Appennino per raggiungere la valle del Santerno dal versante toscano — un tragitto di circa 90 chilometri e un’ora e mezza di guida. Il sito del Comune di Fontanelice fornisce indicazioni aggiornate sulla viabilità locale.
La stazione ferroviaria più vicina è quella di Imola, servita dalla linea Bologna-Ancona con treni regionali frequenti — il tragitto Bologna-Imola dura circa 25 minuti.
Da Imola a Fontanelice non esiste una linea ferroviaria diretta, ma un servizio di autobus extraurbano gestito da TPER collega i due centri in circa 20-25 minuti. L’aeroporto più vicino è il Guglielmo Marconi di Bologna, distante circa 60 chilometri. Per chi viaggia in bicicletta, la SP610 presenta un traffico moderato e un dislivello contenuto, il che rende il tratto Imola-Fontanelice un percorso ciclabile ragionevole.
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La valle del Santerno non è l’unico territorio dell’Emilia-Romagna in cui borghi di piccole dimensioni conservano un rapporto diretto tra insediamento umano e paesaggio appenninico. Chi desidera proseguire l’esplorazione verso il versante piacentino può raggiungere Zerba, il comune meno popolato dell’intera regione, situato nell’alta val Trebbia a oltre 800 metri di quota.
Zerba offre un contesto radicalmente diverso da Fontanelice: montagna vera, pascoli, silenzio, architettura in pietra. Il viaggio da Fontanelice richiede circa due ore e mezza di automobile attraversando la pianura emiliana, ma il contrasto tra i due ambienti — la bassa collina romagnola e l’Appennino ligure-piacentino — rende l’accostamento istruttivo per chi vuole comprendere la varietà interna della regione.
Nella medesima area piacentina, Cerignale rappresenta un altro esempio di borgo montano dove la popolazione si è ridotta a poche decine di residenti stabili. Situato anch’esso nella val Trebbia, Cerignale condivide con Fontanelice la condizione di comune soggetto a spopolamento, ma in una forma più accentuata: qui l’abbandono della montagna ha lasciato nuclei rurali in parte disabitati, oggi oggetto di recupero da parte di nuovi residenti e associazioni culturali.
Un itinerario che colleghi Fontanelice, Zerba e Cerignale attraversa di fatto l’intera Emilia-Romagna da est a ovest, toccando tre province — Bologna, Piacenza — e tre fasce altimetriche diverse, offrendo una sintesi concreta della complessità geografica e umana di questa regione.
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