Una luce bianca, quasi minerale, investe la piana di Campo Imperatore e scende lungo i tornanti fino a un pugno di case in pietra calcarea. Il vento porta il suono di una campana — quella di San Nicola — e il silenzio che segue è così netto da sembrare una presenza fisica. Calascio, 127 abitanti […]
Una luce bianca, quasi minerale, investe la piana di Campo Imperatore e scende lungo i tornanti fino a un pugno di case in pietra calcarea. Il vento porta il suono di una campana — quella di San Nicola — e il silenzio che segue è così netto da sembrare una presenza fisica. Calascio, 127 abitanti nella provincia dell’Aquila, è uno di quei luoghi dove il tempo si misura in ombre che ruotano sulle facciate. Chi si chiede cosa vedere a Calascio troverà la risposta già nello sguardo: basta alzare gli occhi verso la rocca che domina tutto, a 1.460 metri di quota.
Il nome compare per la prima volta in un documento del 1239, durante il regno di Federico II di Svevia, ma l’insediamento è certamente più antico. L’ipotesi etimologica più accreditata collega “Calascio” al latino calx (calce, pietra calcarea), un riferimento diretto alla natura geologica del luogo. In epoca normanna, tra XI e XII secolo, venne edificata la torre di avvistamento che sarebbe poi diventata il nucleo della celebre Rocca Calascio, uno dei fortilizi più alti dell’Appennino.
Il borgo visse il suo periodo di maggiore vitalità tra il XIV e il XVI secolo, sotto il dominio della baronia di Carapelle, passando tra le mani di diverse famiglie feudali — i Pagliara, i Celano, i Piccolomini, i Medici. Il terremoto del 1703, lo stesso che devastò L’Aquila, inflisse danni gravissimi alla rocca e all’abitato, avviando un lento spopolamento che il Novecento ha reso definitivo. Gli abitanti scesero dal nucleo medievale alto verso il fondovalle, dove oggi si concentra la vita quotidiana del paese.
Nel secondo dopoguerra Calascio contava ancora alcune centinaia di residenti. L’emigrazione verso Roma, il Lazio e il Nord ha ridotto la comunità a poco più di un centinaio di persone. Eppure, a partire dagli anni Ottanta, il restauro della rocca e l’interesse cinematografico — qui Ladyhawke (1985) e Il nome della rosa (1986) girarono alcune scene — hanno restituito al borgo una visibilità internazionale che continua a crescere.
A 1.460 metri sul livello del mare, la rocca è tra le fortificazioni più alte d’Italia. Il maschio centrale, di pianta quadrata, risale all’XI secolo; le quattro torri cilindriche angolari furono aggiunte nel XV secolo dai Piccolomini. L’accesso è libero e gratuito. Dalla sommità lo sguardo abbraccia il Gran Sasso, la Maiella e, nelle giornate limpide, il mare Adriatico.
Poco sotto la rocca, isolata su un crinale erboso, questa piccola chiesa ottagonale del XVI secolo è uno dei soggetti più fotografati d’Abruzzo. Fu costruita, secondo la tradizione, dopo una vittoria dei pastori locali contro una banda di briganti. L’interno, essenziale, custodisce una statua lignea della Madonna e un altare in pietra locale.
Il nucleo alto di Calascio, svuotato dopo il terremoto del 1703, è un labirinto di vicoli stretti, archi in pietra e case con i tetti crollati. Alcuni edifici sono stati recuperati come strutture ricettive, ma gran parte resta allo stato di rudere — una stratificazione visibile di abbandono e resistenza che vale la salita lungo il sentiero acciottolato.
Dedicata al patrono del borgo, festeggiato il 9 maggio, la chiesa parrocchiale si trova nel nucleo più basso dell’abitato. L’edificio attuale, rimaneggiato dopo i danni sismici del Settecento, conserva un portale in pietra e un interno a navata unica. È il punto di riferimento della vita religiosa dei 127 residenti di Calascio.
Da Calascio partono diversi percorsi escursionistici che salgono verso l’altopiano di Campo Imperatore, il cosiddetto “Piccolo Tibet”. Il sentiero più battuto collega la rocca a Santo Stefano di Sessanio passando per pascoli d’alta quota. In primavera, tra maggio e giugno, i prati si coprono di orchidee selvatiche, genziane e narcisi — un paesaggio che giustifica ogni metro di dislivello.
La tavola di Calascio è quella della montagna abruzzese interna: pochi ingredienti, lavorati con una sapienza che nasce dalla necessità. Gli arrosticini — spiedini di carne ovina tagliata a mano — sono il piatto-simbolo dell’area, ma qui la vera specialità è la pecora alla callara, cotta lentamente in un calderone di rame con pomodoro, peperoni e erbe di montagna. Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, coltivate sui terreni limitrofi e presidio Slow Food, compaiono in zuppe dense servite con pane raffermo. Il formaggio Canestrato di Castel del Monte, prodotto con latte di pecora dei pascoli di Campo Imperatore, ha ottenuto la denominazione DOP ed è il compagno naturale di un bicchiere di Montepulciano d’Abruzzo.
Le opzioni di ristorazione nel borgo sono limitate ma autentiche: piccole strutture a gestione familiare, spesso ricavate nelle case restaurate del nucleo medievale, offrono menù fissi legati alla stagione. In estate si trovano anche punti di ristoro lungo il sentiero che sale alla rocca. Per una scelta più ampia, il vicino abitato di Santo Stefano di Sessanio — a circa quindici minuti di auto — dispone di trattorie e un albergo diffuso con cucina curata.
Il periodo più indicato va da maggio a ottobre. In primavera i pascoli intorno alla rocca si animano di fioriture spontanee e le temperature — tra i 10 e i 20 gradi — rendono le camminate piacevoli. L’estate porta giornate lunghe e cieli notturni di rara limpidezza, ideali per l’osservazione astronomica: l’assenza quasi totale di inquinamento luminoso è un dato misurabile, non un’iperbole. La festa di San Nicola, il 9 maggio, è l’occasione per vedere il borgo animarsi con una processione e un pranzo comunitario che coinvolge l’intera comunità.
L’inverno, va detto senza retorica, è duro. La quota e l’esposizione ai venti di Campo Imperatore portano temperature ben sotto lo zero e nevicate che possono rendere impraticabile il sentiero verso la rocca. Chi sceglie di salire tra dicembre e febbraio troverà un paesaggio spoglio e severo, ma dovrà verificare le condizioni stradali e attrezzarsi adeguatamente. L’autunno, con i faggi che virano al rame e i primi freddi secchi, offre forse la luce migliore per la fotografia.
Calascio si raggiunge principalmente in automobile. Dall’autostrada A24 Roma–L’Aquila, uscita L’Aquila Est, si prosegue sulla SS17 in direzione Navelli e poi si svolta per la SP Calascio: circa 35 km dall’uscita autostradale, per un tempo di percorrenza di 40-45 minuti. Da Roma la distanza totale è di circa 130 km (poco meno di due ore). Da Pescara, via A25 e poi A24, si calcolano circa 100 km e un’ora e mezza di viaggio.
La stazione ferroviaria più vicina è quella di L’Aquila, servita dalla linea regionale da Sulmona e da collegamenti bus con Roma (Flixbus, TUA). Dall’Aquila è necessario proseguire con mezzo proprio o con i rari autobus della TUA (Trasporto Unico Abruzzese). L’aeroporto più vicino è quello di Pescara (Aeroporto d’Abruzzo), a circa 100 km. Gli aeroporti di Roma Fiumicino e Ciampino, a circa 150-170 km, offrono una scelta di voli decisamente più ampia.
L’Abruzzo interno è un territorio di borghi che dialogano tra loro attraverso valli e altopiani. A nord-ovest di Calascio, nella Marsica, Aielli ha trasformato le pareti delle proprie case in un museo a cielo aperto di arte urbana, attirando writers da tutta Europa. Il contrasto è netto: dove Calascio conserva la pietra nuda e il silenzio pastorale, Aielli sperimenta con il colore e la contemporaneità. Eppure entrambi i borghi condividono lo stesso problema demografico — poche decine di residenti — e la stessa ostinazione nel cercare ragioni per restare.
Verso sud, lungo le gole del Sagittario, Anversa degli Abruzzi offre un paesaggio radicalmente diverso: pareti di roccia a strapiombo, un fiume verde smeraldo sul fondo della forra e un borgo che si aggrappa al bordo come una sentinella. Anversa è legata alla tradizione letteraria abruzzese — Gabriele D’Annunzio vi ambientò la tragedia La fiaccola sotto il moggio — e merita una deviazione per chi, dopo Calascio, vuole esplorare l’Abruzzo verticale, quello che scende invece di salire. Insieme, questi tre borghi compongono un itinerario che attraversa il cuore meno conosciuto della regione, dal Parco Nazionale del Gran Sasso fino alle soglie della Maiella.
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