L’eco di un picchio nero rimbalza tra i faggi, poi si perde oltre la linea di cresta del Monte Cucco. Sotto, i tetti in coppo del centro storico emergono dalla foschia mattutina come un pugno di pietra grigia stretto alla montagna. Chi arriva da nord, lungo la Flaminia, vede prima la torre e poi il […]
L’eco di un picchio nero rimbalza tra i faggi, poi si perde oltre la linea di cresta del Monte Cucco. Sotto, i tetti in coppo del centro storico emergono dalla foschia mattutina come un pugno di pietra grigia stretto alla montagna. Chi arriva da nord, lungo la Flaminia, vede prima la torre e poi il borgo — ed è questo l’ordine giusto per capire Costacciaro: la verticalità prima di tutto. Scoprire cosa vedere a Costacciaro significa leggere un millennio di storia scritto nella roccia calcarea dell’Appennino umbro-marchigiano, in un paese di 1.280 anime che non ha mai smesso di guardare in alto.
Il nome appare per la prima volta in documenti del XII secolo, legato con ogni probabilità al latino costa — pendio, fianco di monte — e a un suffisso che ne indica la natura aspra, rocciosa. Il borgo nasce come insediamento fortificato lungo il tracciato della Via Flaminia, l’arteria che collegava Roma a Rimini, e deve la sua forma compatta alla necessità di controllare il valico appenninico. La posizione strategica, a guardia del passaggio tra Umbria e Marche, ne fece un presidio conteso tra il Ducato di Spoleto e il Comune di Gubbio.
Nel XIII secolo Costacciaro entra stabilmente nell’orbita di Gubbio e ne segue le sorti politiche, compresa la sottomissione ai Montefeltro e poi ai Della Rovere. La cinta muraria duecentesca, ancora leggibile nel perimetro del centro storico, testimonia quel periodo di fortificazione sistematica dei borghi appenninici. Il Beato Tommaso, patrono del paese, viene celebrato la prima domenica di settembre con una festa che conserva una struttura devozionale di impianto tardo-medievale, segno di una comunità che ha mantenuto ritmi cerimoniali antichi.
Con l’annessione al Regno d’Italia, Costacciaro perse la funzione militare ma non quella di presidio montano. L’economia pastorale e boschiva resistette fino al secondo dopoguerra, quando l’emigrazione dimezzò la popolazione. Oggi il borgo vive una seconda stagione legata alla scoperta del Parco regionale del Monte Cucco, di cui è una delle porte d’accesso principali.
Con i suoi oltre 900 metri di profondità e più di 35 chilometri di gallerie esplorate, è una delle grotte carsiche più estese d’Italia. Il percorso turistico attrezzato scende fino a circa 200 metri, attraversando sale con concrezioni calcaree formatesi in milioni di anni. La temperatura interna resta costante intorno ai 7 °C: serve abbigliamento adeguato anche in piena estate.
Il perimetro delle mura duecentesche è percorribile quasi per intero. Le porte d’accesso — ridotte nel numero rispetto all’impianto originale — si aprono su vicoli in pendenza dove la pietra locale, un calcare chiaro che assorbe e restituisce la luce del tardo pomeriggio, costituisce il materiale unico di pavimentazione, pareti e architravi. La compattezza del tessuto urbano è quella tipica dei borghi-fortezza appenninici.
Costruita nel XIV secolo, conserva una facciata in conci regolari con portale ogivale. All’interno, frammenti di affreschi votivi databili tra il Trecento e il Quattrocento emergono dall’intonaco delle pareti laterali. L’aula unica, senza navate, riflette l’essenzialità dell’architettura francescana in area appenninica, dove i materiali disponibili imponevano sobrietà costruttiva.
La vetta del Monte Cucco raggiunge i 1.566 metri ed è accessibile da Costacciaro attraverso sentieri segnati dal CAI. La faggeta che ricopre il versante occidentale è tra le più estese dell’Umbria. Il Parco è anche un sito di riferimento per il volo libero: le correnti ascensionali del versante orientale richiamano praticanti di parapendio e deltaplano da tutta Europa.
Isolato nel bosco a pochi chilometri dal centro abitato, questo piccolo eremo testimonia la tradizione di ritiro monastico che ha segnato l’Appennino umbro. La struttura, ridotta all’essenziale — una cappella, poche celle, un muro di recinzione — si raggiunge a piedi in circa quaranta minuti dal borgo, lungo un sentiero che attraversa leccete e radure.
La tavola di Costacciaro è quella dell’Appennino umbro: sostanziosa, legata al bosco e alla pastorizia. Il tartufo nero — raccolto sulle pendici del Monte Cucco tra novembre e marzo — è l’ingrediente che definisce il territorio. Lo si trova grattugiato sulla pasta fresca, in particolare sugli strangozzi, il formato lungo e ruvido tipico dell’Umbria, conditi con un battuto di tartufo, aglio e olio extravergine. La crescia, focaccia cotta su piastra di derivazione marchigiana, segnala la vicinanza del confine regionale e si mangia farcita con erbe di campo, prosciutto o formaggio pecorino di produzione locale.
I legumi secchi — lenticchie e roveja, un pisello selvatico recuperato dalla tradizione contadina — compaiono nelle zuppe invernali accanto al farro. La carne di maiale, lavorata in insaccati secondo tecniche tramandate, e la selvaggina completano un repertorio alimentare che non ha mai cercato la raffinatezza ma la densità. Le poche trattorie del borgo e dei dintorni propongono menù fissi che cambiano con le stagioni, senza carta: si mangia quello che il giorno e il mese suggeriscono.
La prima domenica di settembre il borgo si raccoglie attorno alla festa del Beato Tommaso, patrono di Costacciaro: processione, celebrazioni liturgiche e un’atmosfera che restituisce il senso della comunità montana. È un buon momento per arrivare, con la luce di fine estate che allunga le ombre sui vicoli e la temperatura già mite dopo il caldo della pianura. Chi cerca il tartufo nero deve venire tra novembre e febbraio, accettando giornate corte e nebbie frequenti ma guadagnando il sapore più autentico della cucina locale.
La primavera — da aprile a giugno — è il periodo ideale per le escursioni sul Monte Cucco: la faggeta si copre di un verde trasparente, i sentieri sono asciutti e le fioriture di orchidee selvatiche punteggiano i prati d’alta quota. L’estate porta il volo libero e le visite alla grotta, ma anche un afflusso che nei fine settimana di agosto può saturare i pochi parcheggi disponibili. L’inverno è per chi cerca silenzio e non teme il freddo: la neve copre la vetta del Cucco da dicembre a marzo, e il borgo si riduce alla sua dimensione più essenziale.
Costacciaro si trova lungo la Strada Statale 3 Flaminia, tra Gualdo Tadino e Scheggia, nella provincia di Perugia. Da Perugia la distanza è di circa 50 chilometri in direzione nord-est, percorribili in poco meno di un’ora attraverso la E45 fino a Ponte San Giovanni e poi la Flaminia. Da Roma si calcolano circa 200 chilometri (due ore e mezza via E45 attraverso Terni e Spoleto, oppure via A1 uscendo a Orte). Da Ancona, sul versante adriatico, la distanza è di circa 110 chilometri attraverso la SS 76 e poi la Flaminia.
La stazione ferroviaria più vicina è quella di Fossato di Vico-Gubbio, sulla linea Roma-Ancona, a circa 8 chilometri dal borgo. L’aeroporto di riferimento è il San Francesco d’Assisi di Perugia (circa 55 chilometri), con collegamenti nazionali ed europei limitati. Gli aeroporti di Roma Fiumicino e di Ancona-Falconara offrono alternative con una rete di voli più ampia. Il sito del Comune di Costacciaro fornisce indicazioni aggiornate su parcheggi e accessi al centro storico.
L’Appennino umbro è una sequenza di borghi che si ripetono nella logica — pietra, mura, torre, pendio — ma non nella sostanza. Ogni paese ha una storia diversa da raccontare a chi sa ascoltare. Da Costacciaro, spostandosi verso sud lungo la dorsale appenninica, si entra nella Valnerina, dove Cerreto di Spoleto presidia una delle valli più strette e verticali della regione, con una tradizione erboristica che risale agli speziali itineranti del Rinascimento.
Questi borghi condividono con Costacciaro la condizione di paese appenninico — lo spopolamento, la riscoperta lenta, l’economia fragile che si regge sul turismo consapevole e sulle produzioni locali — ma ciascuno conserva un tratto che lo distingue. Percorrere la rete dei piccoli centri umbri significa attraversare variazioni sul tema della montagna abitata, dove ogni svolta della strada rivela un campanile, un muro a secco, una porta ad arco che si apre su un paesaggio diverso dal precedente.
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