Montemesola
Montemesola è un comune di 3.478 abitanti situato su una collina della Murgia tarantina. Il borgo conserva tracce di sei secoli di dominio feudale e di una colonia albanese scomparsa nel XVII secolo.
Montemesola: il casale della Murgia tarantina tra feudalità e rinascita agricola
{ “seo_title”: “Montemesola, borgo in Puglia tra storia feudale e tradizione albanese”, “seo_description”: “Montemesola: 3.478 abitanti a 178 m, tra il Golfo di Taranto e la Murgia. Palazzo Marchesale e memoria bizantina.”, “focus_keyword”: “Montemesola borgo in Puglia”, “h2_title”: “Montemesola: il casale della mensola e i segni del feudo”, “excerpt”: “A 178 metri sulla Murgia tarantina, Montemesola conserva l’impianto urbano del suo primo sviluppo feudale e la traccia di una comunità albanese medievale.” }Un borgo disegnato sulla carta
La forma ellittica di Montemesola poggia sulla collina come una mensola sospesa tra i monti più alti della Murgia tarantina. Dalle piazze del centro si vede il Golfo di Taranto disteso a sud, la vallata da Grottaglie fino a San Giorgio Ionico, e la pianura oltre. Il paese non è cresciuto per accumulo caotico di secoli: le vie obbediscono a un progetto geometrico preciso, le piazze si collegano secondo logiche razionali. Ogni strada ha una porta urbica che la chiude, come in una cittadella medievale miniaturizzata. Questo ordine non è casuale.
Il paese si distende a 178 metri sul livello del mare nella provincia di Taranto, con 3.478 abitanti. Il Palazzo Marchesale ne è il fulcro: da lì dipartono i viali principali verso le porte di San Gennaro, San Martino e San Francesco di Paola. La gravina — una depressione nel calcare tufaceo — scorre a pochi metri dalle mura, creando un fosso naturale verso Taranto. È il paesaggio di un feudo pensato, non casuale.
Origini del nome e fondazione del casale
Il nome Montemesola racchiude due ipotesi diverse sulla sua origine. La prima, quella topografica, legge nel profilo del paese una mensola di pietra — dal latino Montis-mensulae — poggiata sul pendio come uno sporgente rispetto ai monti retrostanti. La seconda risale al dialetto pugliese, dove mesula significa semplicemente “mucchio di sassi”: nome grezzo, nome della terra stessa. Nel corso dei secoli la parola si trasformò, come accade a molti termini latini negli idiomi italiani.
Il casale vanta insediamenti rupestri neolitici nel suo territorio, ma la fondazione documentata risale al 1320, quando la Regia Corte concesse a Berengario De Mandorino il permesso di riabitare il luogo detto Montismesuli. Lo spopolamento precedente era legato sia a scorrerie e instabilità che alla malaria, allora diffusa nel territorio. Berengario non era un semplice colonizzatore: divenne barone del feudo e avviò il primo ordinamento urbano. Suo figlio Roberto, nel 1416, cedette metà del feudo allo zio Giorgio, il quale la vendette a Giovanni de Noha di Taranto, un mercante e signore che avrebbe segnato la vera trasformazione del luogo.
Il feudo dei De Noha e la costruzione del palazzo
Giovanni de Noha acquistò la prima metà del feudo nel 1464 e, con l’acquisto del 5 settembre dello stesso anno da Gabriella de Mandorino, divenne possessore dell’intero casale. Nel 1471 fece costruire il Palazzo Marchesale, rivolto verso l’attuale Piazza IV Novembre — l’edificio che ancora oggi è il nodo centrale da cui si irradiano le vie principali. De Noha non limitò il suo intervento alla residenza: utilizzò la dote della moglie Luisa Muscettola per bonificare il feudo, attirare nuovi abitanti da Martina, Taranto e Massafra, e persino insediare una comunità di ebrei.
Alla morte di Giovanni nel 1483, Luisa Muscettola resse il feudo fino al 1494, quando il re Alfonso II assentì alla donazione a loro figlio Giovanni Andrea de Noha. Nel 1511 il feudo venne diviso tra due eredi — Caterinella e Antonia de Noha — e iniziò a frammentarsi. Caterinella vendette la sua parte a Paolo Carducci nel 1545; Antonia la cedette a Giovanni Tommaso Galeota nel 1618. I Carducci e i Galeota si contesero il controllo per decenni, fino a quando Andrea Saraceno riunificò l’intero feudo nel 1700, sposando Marzia Antonia, ultima dei Signori Galeota.
L’eversione della feudalità e i Saraceno
Con privilegio sovrano del 5 novembre 1755, Andrea Saraceno ottenne il titolo di marchese. Nel 1794, quando ormai il sistema feudale stava tramontando, restaurò e ampliò il Palazzo Marchesale dalla parte orientale. La legge dell’eversione della feudalità del 2 agosto 1806 pose fine alla lunga vicenda del casale. Andrea Saraceno, spogliato dei privilegi, lasciò le sue proprietà ex feudali al figlio Francesco nel 1810. Nel 1820, il matrimonio tra Vittoria Saraceno e Nicola Chyurlia, marchese di Lizzano, trasferì tutte le proprietà alla famiglia Chyurlia.
L’Ottocento vide uno sviluppo agricolo e artigianale notevole. Nel corso del Novecento nacquero piccole fabbriche specializzate in laterizi; la produzione di olio, uva da tavola e vini pregiati arricchì l’economia locale. Gli anni sessanta portarono la grande trasformazione: l’industria siderurgica di Taranto e l’espansione urbana del capoluogo alterarono la struttura sociale e demografica. L’ultimo decennio del Novecento vide la crisi industriale di Taranto spingere Montemesola a ripiegare su competenze artigianali e agricole locali.
La colonia albanese e la tradizione bizantina
All’inizio del XVI secolo, una comunità albanese si stanziò a Montemesola. Secondo la tradizione locale, gli abitanti vollero edificare una chiesa nel luogo dove era stata trovata un’icona della Vergine Maria, ritenuta responsabile della fine di una carestia eccezionale. La chiesa dello Spirito Santo fu costruita secondo la tradizione greca, con orientamento est-ovest, altare rivolto a levante — il simbolo del regno della luce. Era dotata di un’iconostasi a tre porte secondo la liturgia bizantina, arredi e immagini di santi orientali.
Una visita pastorale dell’arcivescovo di Taranto Lelio Brancaccio documentò una popolazione mista di “Latinos et Albanenses”, con affreschi lungo le pareti perimetrali e un’immagine della Santa Maria dipinta in loco. La comunità praticava il rito greco, ma il barone Ludovico Carducci aveva chiamato un parroco latino, Don Nicola Pellegrino Caponi da Bari, per amministrare i sacramenti secondo il rito latino. Il parroco, sottoposto all’esame dell’arcivescovo, risultò privo di cognizione della lingua latina — un dettaglio della relazione pastorale che rivela la difficoltà di questa transizione. Entro i primi decenni del XVII secolo, gli albanesi completarono il passaggio al rito latino, e la tradizione bizantina si dissolse nella memoria del luogo.
Luoghi di identità
Il Palazzo Marchesale
Domina la Piazza IV Novembre con una geometria sobria. La costruzione risale al 1471 per volontà di Giovanni de Noha, signore del casale. Nel 1794, il marchese Andrea Saraceno lo restaurò e ampliò dalla parte orientale. La facciata guarda verso est; da qui dipartono i viali principali: Viale delle Rimembranze e via Roma verso il portone di San Gennaro, via Regina Margherita e via Vittorio Emanuele verso il portone di San Francesco di Paola. Il palazzo non è una fortezza massiccia: è la residenza di un signore che amministra il suo territorio da una posizione centrale e ordinata.
La chiesa dello Spirito Santo
Edificio di tradizione bizantina costruito dalla comunità albanese nei primi decenni del XVI secolo. La memoria di quella stagione rimane nell’orientamento liturgico est-ovest, negli affreschi di santi orientali e nella documentazione storica della sua struttura originaria. È il luogo dove convivettero per oltre un secolo due tradizioni cristiane — quella bizantina e quella latina — prima che la seconda prevalesse. La visita pastorale del 1578 dell’arcivescovo Brancaccio documenta questa convivenza con dettagli straordinari. Oggi la chiesa rimane un testimone silenzioso di quella mescolanza.
La chiesa della Vergine del Rosario
Ubicata in via Roma, è il tempio del patronato. La Madonna del Rosario è titolare della festività patronale celebrata il 7 ottobre. Intorno a questa chiesa ruota una parte della devozione collettiva del borgo. La festa cade in autunno, quando il calendario liturgico onora questa Vergine in forma solenne. È il luogo dove la comunità si raccoglie in occasioni di rito.
Le masserie della Murgia
Esternamente al centro storico, immerse nel paesaggio collinare, sorgono masserie risalenti al 1500. Sono costruzioni agricole che incarnano la struttura economica dell’entroterra tarantino: spazi di lavoro e di abitazione rurale, dotati di cantine sotterranee per la conservazione dell’olio e del vino. Le loro pareti, il tracciato delle vie interne, i sistemi di raccolta dell’acqua conservano la memoria di cinque secoli di lavoro agricolo sulla Murgia. Non sono attrazioni turistiche nel senso convenzionale, ma piuttosto segni del modo in cui il territorio è stato abitato e trasformato.
Le porte urbiche
Il borgo è chiuso da tre porte: San Martino a nord, San Gennaro a ovest, San Francesco di Paola a sud-est. Sono i varchi attraverso i quali la strada esce dal nucleo abitativo e raggiunge il territorio aperto. La loro presenza ricorda il modello di un centro fortificato, anche se in forma contenuta e rurale. Ogni porta segna il confine tra lo spazio ordinato della civitas e lo spazio aperto della campagna.
I sapori della Murgia tarantina
La terra intorno a Montemesola ha fornito per secoli il nutrimento dei suoi abitanti. Nel corso del Novecento la produzione si specializzò in olio, uva da tavola e vini pregiati. Oggi l’olio della provincia — certificato come Olio di Puglia IGP e Olio Terra d’Otranto DOP — rimane il prodotto più rappresentativo, insieme all’uva tavola locale. Le masserie, conservando in cantine sotterranee il vino e l’olio, hanno mantenuto per secoli questi sapori nella forma più elementare: il raccolto trasformato e conservato sotto terra, al riparo dal caldo della stagione.
La cucina del borgo è legata alle risorse della pianura tarantina: verdure, cereali, carni da allevamento rurale. Non disponiamo di ricette specifiche documentate, ma il paesaggio agricolo parla da solo della connessione tra il territorio e ciò che i suoi abitanti hanno mangiato per generazioni. Le tradizioni agricole della Murgia tarantina si concretizzano ancor oggi nei campi che circondano il paese.
Quando visitare e come arrivare
Montemesola è raggiungibile tutto l’anno. L’autunno — quando cade la festa patronale della Madonna del Rosario il 7 ottobre — offre un momento di incontro con i ritmi della comunità. La primavera regala il paesaggio di ulivi e viti in fiore sulle colline circostanti. L’estate può essere calda, ma il colle offre una prospettiva sui venti che salgono dal golfo.
Chi arriva in auto dalla A14 sceglie l’uscita di Taranto e prosegue verso nord in direzione di Crispiano. La distanza dal casello è di circa 15 chilometri. La stazione ferroviaria più vicina è quella di Taranto, a 25 chilometri circa. L’aeroporto di riferimento è Brindisi, a poco più di 100 chilometri. Montemesola si raggiunge da Taranto percorrendo verso nord-ovest la strada che sale verso la Murgia. Il centro storico è agevolmente parcheggiabile e agibile a piedi.
| Provenienza | Distanza | Tempo di percorrenza |
|---|---|---|
| Taranto (centro città) | 25 km | 30 minuti circa |
| Brindisi (aeroporto) | 105 km | 1 ora 15 minuti circa |
| Crispiano | 12 km | 15 minuti circa |
| Grottaglie | 8 km | 12 minuti circa |
Comuni limitrofi come Crispiano, Carosino e Grottaglie sono raggiungibili in pochi minuti. Chi intende esplorare la provincia tarantine può includere nel percorso Castellaneta verso sud-ovest o Avetrana verso est, allargando lo sguardo alla varietà dei piccoli centri della Murgia e della pianura tarantina.
«Trovò all’interno della chiesa l’iconostasi con tre porte, secondo la tradizione bizantina, e la popolazione mista di Latinos et Albanenses.» — Dalla relazione della visita pastorale dell’arcivescovo Lelio Brancaccio.
Domande frequenti su Montemesola
Come arrivare a Montemesola da Taranto?
Montemesola dista circa 40 km da Taranto. In auto: seguire la Strada Statale 172 verso Grottaglie, poi deviare per Montemesola (tempo stimato 45-50 minuti). Non esiste stazione ferroviaria diretta nel borgo. La più vicina è Grottaglie sulla linea Taranto-Brindisi. Da lì si prosegue in auto o autobus locale. Parcheggio disponibile nei pressi del centro storico.
Quando è la festa patronale di Montemesola?
La festa patronale è dedicata alla Madonna del Rosario e si celebra il 7 ottobre. È l'evento principale del calendario religioso e civile del borgo, occasione ideale per scoprire le tradizioni locali, la gastronomia murgia e l'atmosfera autentica del paese. Consigliato visitare in questa data per vivere l'evento in pienezza.
Qual è il periodo migliore per visitare Montemesola?
Primavera (aprile-maggio) e autunno (settembre-ottobre) sono ideali: temperature miti (15-25°C), assenza di calura estiva, paesaggi della Murgia verdeggianti. Ottobre è perfetto per coincidere con la festa patronale del 7. Estate può essere afosa. Inverno raramente presenta criticità, ma verifica il meteo. Evitare agosto per il caldo intenso.
Quanto tempo occorre per visitare il centro storico?
2-3 ore sono sufficienti per esplorare il nucleo medievale: piazze, vie con porte urbiche, Palazzo Marchesale. Passeggiata tranquilla permette di apprezzare la geometria urbanistica ellittica e la vista sul Golfo di Taranto e la vallata fino a Grottaglie. Aggiungere tempo se si visita la chiesa parrocchiale o si desidera pranzare con cucina locale murgia.
Montemesola è inserito nei Borghi più Belli d'Italia?
Non disponendo di conferma ufficiale, si consiglia verificare direttamente su borghipiubelliditalia.it o sul sito del comune di Montemesola. Il borgo presenta caratteristiche tipiche dei centri storici pugliesi riconosciuti: impianto urbanistico medievale ordinato, memoria feudale e posizione panoramica sulla Murgia tarantina.
📷 Galleria fotografica — Montemesola
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